Archive for November, 2007
Class Action: semaforo verde, Antonione (F.I) e la mano di Dio
” Che pirla, mi dimetterei “, sono queste le utlime parole del Senatore di Forza Italia Roberto Antonione dopo il suo clamoroso errore di voto sull’emendamento riguardante la “Class Action”, errore decisivo che andando contro il volere del suo partito ha permesso l’introduzione della causa collettiva. Fosse stato più scaltro avrebbe potuto emulare Maradona in merito al gol del mondiale ‘86 ed affermare che non è stata colpa sua ma è stata la mano di Dio a indurlo a spingere il verde al posto del rosso. Sarebbe stato credibile, d’altro canto in virtù della risicata maggioranza numerica in senato c’è bisogno della presenza di Tutti, ma proprio tutti, in senato oltre che dei senatori a vita. Dopo 6 anni di attesa si è compiuto un vero e proprio miracolo che fortunatamente restituisce un minimo di civiltà al nostro paese.
Così commenta il ministro Bersani l’introduzione della norma:
“La norma sulla class action introdotta nella legge finanziaria ‘e’ un passo avanti perche’ il consumatore e’ un cittadino e davanti ad un torto non puo’ essere lasciato solo, ne’ puo’ star zitto e subire”
Grazie ancora Antonione, fatti guidare più spesso.
“Apologo sull’onesta nel paese dei corrotti” di Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi , né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capacidi concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua armonia. Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano ai singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito,portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene, il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nomedel bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per
via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere
civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località
all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose),
atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando, anzichè il
sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva
amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate
da ogni imposta. Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi,
provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano
avuto fino ad allora le ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante,
anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un
regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Così era difficile
stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre
intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali
dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti
gli altri. Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo
tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche s’inserivano come un
elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi
sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o
illecita. In opposizione al sistema, guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando
quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio
d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri, si proponevano come
l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a
diventarne il puntello indispensabile, e ne confermavano la convinzione d’essere il migliore sistema
possibile e di non dovere cambiare in nulla. Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornioni a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone
potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la
coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese,
non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo
attribuire: gli onesti. Erano, costoro, onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine
mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano
così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa
funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al
merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altre persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a
farsi sempre scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare
la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente
l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante
per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in
altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in
margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di
tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna
pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé
(almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e allegra e vitale, così la controsocietà
degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente,
senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo
modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di
qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non
sappiamo cos’è.
Ciao Enzo!
Enzo Marco Biagi
♦ Pianaccio di Lizzano in Belvedere, 9 agosto 1920
† Milano, 6 Novembre 2007
E’ stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano
Class Action
“Class Action” si traduce in italiano: azione legale collettiva per il risarcimento dei danni. E’ una prassi consolidata negli Stati Uniti: un solo giudice, con un solo processo può condannare un’impresa a risarcire tutti coloro ai quali ha provocato un danno, anche chi non ha fatto causa. In Europa invece ogni singolo danneggiato deve fare la sua causa, sfidando i grandi studi legali delle multinazionali. In molti paesi dell’UE si sta valutando l’introduzione della “class action” nell’ordinamento giuridico.
La Class Action è uno strumento importante per ottenere giustizia nei confronti dei potenti, delle multinazinali delle lobby, private e pubbliche. Si capisce come difficilmente questi colossi possano essere colpiti da procedimenti singoli e facilmente si capisce il perchè la Class Action in Italia non è permessa. Per dovere di cronaca bisogna dire chè vi è una proposta di legge ma è arenata nell’ iter burocratico che rende unico il nostro paese. Si attendevano novità in questi giorni durante il varo della manovra finanziaria , nella quale doveva trovare posto anche il provvedimento in questione ma senza sorpresa tale provvedimento è stato escluso. A 6 anni dal primo disegno di legge in materia e a 16 mesi dalle liberalizzazione Bersani i cittadini e i consumatori Italiani rimangono ancora privi di uno strumento essenziale degno di tutti i paesi che si dichiarono democratici e che invocano alla tutela dei diritti dei cittadini, ma daltronde si sa ci sono cose più importanti come i lavavetri….
Vignetta by Tyto
Lupi e pecore, politici e italiani
Ricordate il proclama del Cavaliere un anno e mezzo fa, fatto in occasione della campagna elettorale per le politiche? …Proclama che fece gridare allo scandalo tutti gli esponenti del centro sinistra e non, quando durante una uscita in pubblico, poco prima del voto alle urne, il Cavaliere auspicò che non tutti gli italiani fossero dei “coglioni”: beh, anche in quel frangente si rivelò ottimista. A distanza di più di un anno ci sarebbe ben poco da scandalizzarsi di fronte ad una afferrmazione del genere soprattutto se al posto di usare il termine “coglioni” si usasse il termine “pecore”. I cosiddetti “lupi” che compongono la famigerata “casta” che tanto ha fatto parlare gli italiani di questi tempi, continuano a dettare legge su un gregge sempre più allo sbando e sempre più dormiente. Mesi di proclami e dichiarazioni di taglio a costi della politica da parte della casta, tutto per cercare di placare un ondata di risentimento proveniente dal popolo. Per un attimo lo scenario è cambiato, i ruoli rovesciati, abbiamo avuto l’illusione di vedere le pecore trasformarsi in lupi e viceversa, abbiamo assaporato l’idea di poter essere guardie e non ladri in questo gioco di potere tra Stato e cittadini; gioco che alla fine si è rivelato concludersi col solito finale a sorpresa. La sorpresa è per gli italiani che ancora una volta hanno creduto a false promesse. Basta aprire gli occhi e svegliare le cellule dormienti dei propri cervelli, basta leggere le voci di bilancio 2008 previsto per gli organi costituzionali (disegno di legge 1818) a pag 279: per il 2008 i costi degli organi costituzionali aumenteranno del 2,74% rispetto all’anno precedente e più precisamente di circa 53.353.871 milioni di euro. Si è passati dal 1.945.560.992 euro dell’anno precedente ai 1.998.914.863 euro per il 2008. Il lupo mangia la pecora che non reagisce ancora una volta, ma forse è giusto così.
Blog, Rete, Libertà e informazione
Credo fermamente nella costituzione Italiana ma soprattutto credo fermamente nell’ Art. 21 comma 1 e 2 che cita testualmente:
Art.21
“…Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure….”
Ho sentito l’esigenza di aprire questo Blog spinto da una insofferenza interiore alimentatasi piano piano nel corso di quest’ultimo decennio che ha caretterizzato il nostro paese. Tutti i giorni sentiamo proclami alla Democrazia e ai Diritti, alla Giustizia e all’ Uguaglianza, alla Libertà ed all’ Informazione ma poi viviamo tutti i giorni in un paese completamente allo sbando, governato dalla mano decisa ed invisibile della censura, dove la parola informazione sembra un tesoro perduto e dove la morale e l’etica sembrano aver abbandonato gran parte di noi e dei nostri “rappresentanti”.
Grazie al cielo la rete, i blog, internet sono ancora zona franca dove Art.21 della costituzione da me sopra citato regna ancora incontrastato. Internet è diventato la voce e il luogo allo stesso tempo dove la libertà di pensiero e di espressione non possono e non sono messi in discussione.


